Viaggio tra il serio e il faceto di una viaggiatrice in cannocchiale con il tailleur a tracolla

Eccomi

Blogger: lauragiusti
Nome: laura giusti
Sono una osservatrice del mondo e dell'umanità,cerco sempre cose nuove fuori e dentro di me,amo la mente umana e cerco di esprimerla in parole.La mia casa è il mondo e in questa casa ho conosciuto tanti personaggi che mi hanno segnato la vita.Amo gli oceani e i grandi spazi, le città caotiche, le vestigia antiche e le spiagge deserte, ascolto il mare e il vento,sono una nomade,la mia casa è ovunque io stia bene, il mio cuore è l'unica fissa dimora che ho.

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lunedì, 29 ottobre 2007
La vendetta delle piante mutanti

 

 

 

Sottotitolo

La via dell’Inferno passa  attraverso l’Ikea.

 

 

Giovedì mattina:

Con il mio compagno, decido di  fare visita ad un amico nella sua Agenzia Viaggi.  Sulle scrivanie spiccano in bella mostra, graziosissime cassettine di legno piene di piantine verdi e rigogliose, che scopro ben presto vivere della sempiterna vita donata loro dalla plastica. Guardo il mio compagno ed esclamo : “ in casa starebbero benissimo e non avremmo problemi per innaffiarle durante i nostri periodi di assenza!”. Domando all’amico dove le abbia acquistate, e la risposta è : Ikea naturalmente!

 

Giovedì pomeriggio:

Entusiasti delle sempiterne creature verdi decidiamo di fare l’ennesima visita all’Ikea. Giunti al reparto giardinaggio, trascinando l’enorme borsone giallo ormai stracolmo di suppellettili comprate qua e là tra gli scaffali ( non ci serve nient’altro che le piantine furono le fatidiche parole all’ingresso), avvistiamo finalmente l’agognato oggetto del desiderio. Golosa ne compro quattro e mi butto alla ricerca delle cassettine di legno, che ovviamente non ci sono. Non perdendoci d’animo,  ci scateniamo in una ricerca a tappeto di un contenitore alternativo che faccia al caso nostro. Dopo alcuni minuti, lo vedo raggiante sventolare una confezione contenente due vasi di legno di diversa  dimensione, molto più graziosi di quelli visti dall’amico. Soddisfatti della scelta torniamo a casa col cuore leggero e col portafoglio pure. Mentre il mio compagno è fuori per la sua solita passeggiata di rito, decido di sistemare il verde acquistato nei suoi legittimi contenitori. Prima sorpresa, i vasetti sono di diametro superiore al contenitore. Procedo quindi fiduciosa allo smantellamento del vaso per liberare la pianta dall’involucro. Mi resta in mano un disco di plastica marrone, simulante la terra, ma che sinceramente mi ricorda di più certi disgustosi scherzi di carnevale. Orrore! Scopro con orrore che la pianta è inesorabilmente fissata ad un blocchetto di cemento, incollato al vaso di plastica e incollata a sua volta al fondo. Mi armo di pazienza, buona volontà e di pinze ed inizio la distruzione scientifica del vaso di plastica. Una volta distrutto provo con torsioni degne di un circense a liberare la pianta dal blocchetto di cemento, ma niente…non mi resta che la demolizione del cemento. Ingenuamente penso che sarà mai? Impugno il martello e comincio a colpire. Pezzi di cemento e sabbia ben presto cominciano a sparpagliarsi per la veranda, ma della distruzione del blocco centrale nemmeno l’ombra. Credo che i vicini di casa abbiano pensato che presa da raptus di follia alle 20.30 di un giovedì notte io mi sia messa in testa di demolire una parete di casa. Dopo mezz'ora di martellamento a tappeto riesco finalmente a demolire l’ultimo pezzo scoprendo che comunque il blocco immane di mastice è restato attaccato alla base della pianta. Mi domando sudata e sgomenta, se il progettista Ikea di tale ornamento pensasse che le piante finte dopo una permanenza ragionevole nel negozio diventino mutanti e dotate di vita propria e di arti che permettano loro di deambulare inosservate la notte tra  cuscini, librerie e complementi della cucina. Solo così si spiegherebbe un tal dispiegamento di forze per saldare una innocua pianta di plastica ad un anonimo vasetto di plastica simil coccio. Mentre raccolgo le macerie ecco che Lui compare sulla porta col sacchetto del Supermercato. Il sorriso si trasforma ben presto in una espressione trasecolata di fronte a tutti quei pezzi di cemento sparsi qua e là. Gli spiego brevemente il problema e lui, da bravo maschio esperto del fai da te, nonché ingegnere, col sorriso beffardo degno di Charles Bronson nel Giustiziere della Notte, mentre pensa “fammi largo, femmina,  questo lavoro non è per te”, acchiappa il secondo vasetto ed inizia l’opera. Ben presto gli si ripresentano gli stessi miei problemi, quindi dopo una rapida riflessione decide di tagliare direttamente la piantina alla base del gambo sporgente. Armato di seghetto alternativo, inizia e ... zac! La lama si rompe. Sgomento constata che l’armatura interna dello stelo è di ferro, quindi si arma di attrezzatura manuale. Niente. La piantina resiste. Incomincia una lotta di resistenza tra l’uomo e la mutante come in Blade Runner, col mio Lui novello Rick Deckard alla caccia dell’articolo in plastica. La lotta prosegue serrata, fino a che Lui decide di mettere in campo l’arma letale, ovverosia l’enorme e fantasmagorica cassetta dei ferri, dotata di ruote, che per l’occasione ribattezziamo LA MORTE NERA. Seconda sorpresa. L’intelaiatura metallica degli steli, non è di semplice fil di ferro, ma del temuto e famigerato acciaio da freni! Ecco! Penso io, dove è andata a finire la politica del riciclo dei civilissimi svedesi! Considerato che le piantine sono fabbricate in Cina , e che non solo i cinesi sono tanti, tantissimi, milioni, ma viaggiano principalmente in bicicletta, i bravi e civilissimi designer svedesi di Ikea  hanno trovato un modo creativo e insospettato di riciclare i fili dei freni delle biciclette dei cinesi! Bella cosa la globalizzazione. La lotta adesso si fa dura, senza esclusione di colpi, meditiamo persino di chiedere in prestito il martello pneumatico dal cantiere sotto casa o una pinza idraulica. Ben presto, assieme al sudore sulla fronte del mio Lui, compaiono bestemmie colorite di tinte più forti e pittoresche secondo lo schema binario ormai collaudato taglio-bestemmia-taglio, tra un cimitero di attrezzi sparsi sul pavimento e macerie di pianta mutante, con riferimento esplicito a presunte parentele del progettista con quello di una cornice che pochi giorni prima ha causato una situazione analoga. Al fin il mio guerriero, provato ma vincitore, brandendo la pianta decapitata del suo vaso come un Samurai dopo una  lotta, decreta la vittoria agitando in aria le braccia al grido di: "Adrianaaa! Ce l'ho fatta!". Si è guadagnato la gloria e l’inferno. La strada dell’inferno è lastricata di piantine mutanti dell’Ikea.

 

P.S  l’altro ieri ci siamo comperati una Katana. Si sa mai.

Postato da: lauragiusti a 00:15 | link | commenti (5)

martedì, 09 ottobre 2007
Ciao Conte

Ciao Conte,

ti scrivo questa lettera sperando che le poste dell’aldilà  te la recapitino. Sono due anni ormai che non ci vediamo, da quella famigerata domenica  nella quale, dopo avermi salutato al telefono, hai deciso  di partire con in tasca il solo biglietto di andata. E mi manchi. Te l’ho detto spesso che ti volevo bene, ma non a sufficienza. Tu hai saputo essere l’amico, il fratello che ho sempre desiderato e che non ho mai avuto, il confidente, il maestro di vita e di mestiere. Me ne hai insegnate tante di cose e te ne sono grata. Tu mi hai fatto ridere come nessuno mai, al pari di quanto mi hai fatto preoccupare, con te era allegria tutti i giorni, intervallata da quei silenzi tanto carichi di intesa e rispetto. Ore ed ore seduti nei nostri uffici, separati da una porta chiusa, ma felici di sapere che l’altro c’era. E per me ci sei ancora, ci sei sempre e sempre ci sarai. Mi mancano i nostri riti quotidiani, il caffè la mattina nella cucina di casa tua, dove io, pettinata coi petardi, come dicevi tu, ti guardavo ridendo.. proprio tu da che pulpito! Con i tuoi capelli lunghissimi che fuoriuscivano ricci e ribelli da una parvenza di coda sfatta dalla notte. Poi  cominciava la giornata, una passeggiata  di buon’ora fino al bar, poi dal tabaccaio ed infine in ufficio. Ero fiera di camminarti affianco, imponente ed elegante come un gentiluomo d’altri tempi. Bizzarre abitudini le nostre, prima di prendere posto alle scrivanie un vaffanculo ben  augurante, antica tradizione tua  condivisa da tutti quelli che hanno avuto l’onore di lavorare con te, poi via al lavoro. O meglio io al lavoro, tu a ostinarti a fare quello stupido solitario e ostinarti al punto di farlo riuscire solo per vedere i fuochi artificiali che decretavano la vittoria….eterno fanciullo… Poi l’oroscopo, altra tua fissazione ed infine  cominciavi la giornata. E la giornata per noi durava fino a notte, oberati di lavoro e di preoccupazioni ma motivati dalla passione e da un sogno. E alla fine il sogno si è realizzato, per te è durato il tempo che un fuoco artificiale, proprio come quello del tuo solitario, ha di affascinare, emozionare e stupire chi sta col naso all’insù. E il botto l’hai fatto, e anche forte Conte mio, ci hai lasciato tutti così, attoniti, increduli che te ne eri andato. E tanto uomo lascia un buco grande e nonostante i rappezzi non sono ancora stata capace di riempirlo. E io ci ho provato a venire davanti alla tua lapide a dirti : “ciao topino” per vedere se, come mi avevi promesso pochi mesi addietro cazzeggiando , saresti risorto solo per dirmi  VfC Marchesa! Mi manchi Gian, mi manchi come non avrei mai creduto, ma sono sicura che dove sei hai già organizzato uno spettacolo di cabaret e almeno quattro riviste di sport celestiali. Io nel frattempo ho cambiato vita, ho cambiato lavoro,ho cambiato nazione, mi sono chiusa alle spalle quella porta di via Torlaro, come si chiude, anzi si sigilla uno scrigno contenente i beni più preziosi. Non mi sono buttata via Conte, ho  un compagno che amo più della mia vita, ti sarebbe piaciuto sai? Sa maneggiare i pc meglio di te….sarebbe stata una bella lotta lo so. Mentre mi immagino la scena sorrido. Ciao Conte, mi raccomando falli ridere sempre quelli lassù, come hai saputo far ridere me, quando avevo solo da piangere. Adesso ti lascio con un abbraccio di quelli avvolgenti, di quelli dove mi perdevo dentro il tuo maglione blu, ti voglio bene e sempre te ne vorrò. Fatti vivo, si fa per dire…un bacio tua Marchesa

 

Postato da: lauragiusti a 01:12 | link | commenti (10)

giovedì, 04 ottobre 2007
Piedi

Sono le 14.09 del 4 Ottobre. Il termometro luminoso del Paseo De Las Canteras segna 33°, mentre gli alisei mitigano la sferza del sole che  si fa largo tra nuvole trasparenti. Seduta in spiaggia con la pelle luccicante dopo il bagno, mi guardo i piedi, mi viene in mente Francesca e rido. Un anziano turista semiaddormentato sotto un ombrellone, poco più in là, mi guarda stupito e poi si riappisola. Sì, Francesca, coi suoi piedini di fata che vizia in sandaletti di Lea Foscari, Francesca che quando si addormenta li nasconde sotto le lenzuola. I miei piedi invece, non li ho mai apprezzati, portano troppi segni di una vita non risparmiata, ma mi hanno portato lontano e a loro sono grata. Brutti ma efficaci. Fin da bambina il mio essere iperadrenalinica ha fatto si che io trovassi il modo di sfogare tutta la mia vitalità in attività fisica. Un padre innamorato dello sport ha fatto il resto. A quattro anni calzai i miei primi pattini a rotelle, li appesi al chiodo agonisticamente parlando a ventiquattro. Il mio modo di essere sempre in movimento sia col corpo che con la mente non è cessato, lo sono ancora nonostante il mezzo secolo, con qualche piccolo limite dettato dal buonsenso, che oggi ho più di allora, e dalle primavere incalzanti.  Ma chi mi sta accanto e mi conosce bene afferma che tuttora riesco a dare punti di distacco  a certi giovincelli. Uno sport solo non mi è bastato, l’energia era troppa da consumare e finii a nuotare  km e km in una piscina e a tirare di scherma su di una pedana. E giù di allenamenti, la competizione mi esaltava, mi divertiva e mi gratificava. Va da sé che nell’adolescenza, mentre le compagne pensavano più alla loro estetica, a come piacere a questo o quel ragazzo più che studiare, io stavo a sudare in palestra per costruirmi quel fisico che certo non corrispondeva ai canoni estetici della moda di allora. La magrissima Twiggy imperversava con micro minigonne indossate su due gambette secche secche, mentre io sfoggiavo gambe muscolose e spalle larghe. Avrei voluto vederla la Twiggy fare 20Km in vasca  avanti e indietro o una serie di salti coi pattini che probabilmente pesavano quanto lei con quel fisico da stuzzicadenti! Oggi, smessa da tempo l’attività sportiva, dico grazie ad allora, la cellulite mi è rimasta aliena e le gambe si sono mantenute belle toniche data l’età. Quando la mia mente vaga così, senza meta  spesso mi domando come sarei stata se non avessi condotto una vita così intensa. Troppo difficile da immaginare avendo cominciato eccessivamente presto  a costruire questo mio fisico. E ai piedi ho chiesto tanto, forse troppo, costretti per 20 lunghi anni in scarponcini troppo duri, durante gli allenamenti, e a tacchi troppo alti quando ero di libera uscita. I pattini li ho appesi al chiodo ma i tacchi no, continuano a piacermi, alti e seducenti e continuo a indossarli. Guardo questi miei piedi vissuti e piano piano li affondo nella sabbia umida e comincio a costruirci sopra un castello, come stanno facendo quattro bambini sulla riva dell’oceano. Ed ecco crescere torri e pinnacoli, il ponte levatoio e il fossato. Poi, un semplice movimento di dita, come un terremoto di enorme magnitudo, lo crepa, lo mina lo fa crollare. Meno male che era solo un castello di sabbia e i piedi li ho saldamente ancorati a terra, se fosse stato un castello in aria, non credo sarebbe bastato tutto l’allenamento del mondo a farmi crescere le ali. Mi alzo e vado in acqua a sciacquare questi miei piedi “vissuti”.

Postato da: lauragiusti a 18:09 | link | commenti (1)

lunedì, 01 ottobre 2007

Sono andata al mare stamattina presto. Aria  silenziosa e limpida ancor non ben definita nei colori, i bar addormentati come i pochi passanti sul lungomare. L’immensa lingua di sabbia color deserto, liscia e intonsa dopo il passaggio delle macchine pulitrici, osservava una paloma solitaria, in volo radente alla ricerca di cibo. Seduta sulla battigia, godendo di quella sabbia umida e compatta, che portava ancora il ricordo della marea appena ritiratasi, ho chiuso gli occhi per ascoltare il grido del mare al di là della barriera. Come un cieco che immagina il sole, mi sono lasciata scaldare il volto dai primi raggi che col passare dei minuti diventavano sempre più vigorosi, fino a trasformarsi da carezza a schiaffo sulla pelle. Aprendo gli occhi, di fronte a me e al sole, una luna trasparente, che con l’avanzare del giorno diventava sempre più evanescente e rarefatta. Ostinata continuava a restare lì, a ribadire il suo esistere. Assomigliava a quei momenti che precedono il risveglio, ancora carichi di sogni notturni eppur proiettati nella realtà del quotidiano. Assomigliava a quella parte di me che la notte splende di ricordi ancor tanto vividi e che durante il giorno diventa solare senza però cancellare completamente la dolcezza abbandonata tra le lenzuola. Luce e Buio, Passato e Futuro, Nascita e Morte, tutti opposti che non avrebbero ragione di essere se non passassero inesorabilmente attraverso un’alba, un presente, una vita vissuta. E proprio in questa alba pigra e tardiva, carica di Africa e di Europa, mi immergo nel cristallo dell’acqua, quieta e immobile. Sott'acqua, lontano, l’urlo del mare mi saluta.

Postato da: lauragiusti a 21:46 | link | commenti (2)